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L’attuale chiesa parrocchiale di Carimate, dedicata a San Giorgio martire e alla Beata Vergine Immacolata, risale alla metà del XVIII secolo (1752-1755) e venne edificata sulle rovine della più antica chiesa trecentesca dedicata a San Giorgio, di cui si conserva memoria negli Atti della visita pastorale compiuta dal vescovo di Milano nel 1579. In essi veniva riportata anche la planimetria della chiesa stessa: ad un’unica navata, con una cappella maggiore quadrata, ampia e con copertura a volta.

Tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo l’antica parrocchiale venne ampliata, in particolare nella zona absidale, per far fronte alle nuove esigenze di culto e all’intenso fervore religioso derivante dal Concilio di Trento e dalla Controriforma. Giungeva così, la chiesa, con quell’assetto planivolumetrico, fino alla metà del XVIII secolo, epoca della sua radicale ricostruzione.

Il campanile che oggi possiamo vedere è un’aggiunta relativamente recente. Venne realizzato nel 1932 dalla ditta Lietti e Maspero di Cantù in sostituzione di un precedente campanile del 1891 che, a sua volta, aveva soppiantato il più antico trecentesco campanile della chiesa parrocchiale e che non fu demolito al momento della ricostruzione della chiesa nel Settecento.

Pala del Legnanino

Il dipinto certamente di maggior pregio che si può ammirare all’interno della parrocchiale è posto nell’abside, sulla sinistra, raffigurante San Giuseppe e il Bambino Gesù attorniati da angeli adoranti. Soggetto assolutamente non comune per una pala d’altare, venne eseguito nel 1693 circa da Stefano Maria Legnani, detto il Legnanino (1661-1713) per la chiesa di San Marcellino a Milano. Finì alla Pinacoteca di Brera e arrivò definitivamente a Carimate nel 1815, in seguito alla richiesta del parroco di Carimate, don Giovanni Oldrato, di quattro quadri per abbellire la parrocchiale.

Il Legnanino affrontò quest’opera una volta di ritorno dai suoi viaggi a Bologna e a Roma. Nel contatto con le due principali città dello Stato Pontificio, sede delle più sviluppate accademie di belle arti, il pittore acquisì una tecnica impeccabile e uno stile che caratterizzò tutta la sua produzione.
Nella tela carimatese si apprezza maggiormente l’equilibrio compositivo, di impronta classica, che alterna sapientemente i vuoti e i pieni. Ciò da cui si rimane davvero affascinati, però, è l’inquieto movimento della luce, tipico del barocco, che sa accendersi di bagliori folgoranti nel perizoma del Bambino, o acquietarsi su toni più caldi nelle carni dei piccoli angeli.

Tela di San Carlo

Nella seconda metà del XVII secolo, in conseguenza della diffusa devozione verso San Carlo Borromeo, il venerato arcivescovo di Milano canonizzato nel 1610, l’antica parrocchiale di Carimate decise di dedicargli una cappella che venne ornata di un dipinto con la sua immagine ad opera del famoso Cerano (Giovanni Battista Crespi, 1575-1632), uno dei maggiori artisti operanti in Lombardia ai tempi della Controriforma.

Durante la ricostruzione della chiesa parrocchiale (1752-1755) il dipinto venne depositato nel vicino santuario della Madonna dell’Albero e poi, a lavori ultimati, venne ricollocato nella nuova chiesa, dove è tuttora conservato.

Studi più recenti tendono ad escludere che l’opera sia stata realizzata dal maestro stesso, preferendo considerarla una replica d’atelier destinata, forse, proprio alla chiesa di Carimate. È interessante rilevare come l’immagine sia l’esatta riproduzione di quella raffigurata su di una piccola tavola conservata nel Musée d’Art e d’Histoire di Ginevra. Questa, di mano del Cerano, dovette servire probabilmente come bozzetto preparatorio per la realizzazione del gonfalone e del paliotto d’altare per il Duomo di Milano, eseguiti dal Cerano in occasione della canonizzazione di San Carlo Borromeo (1610). Si pose anche quale prototipo di una soluzione iconografica di ampia fortuna, fuori dal territorio milanese.

Nella tela di Carimate vengono ripresi infine alcuni degli aspetti caratterizzanti il fare pittorico del Cerano, tra i quali spicca l’uso del colore sfumato in preziosi cangiantismi, visibile, in particolare, nell’abito pontificale del Santo.

Tela di Santa Elisabetta

Per la sua collocazione poco felice – in alto, a destra, vicino all’organo – è arduo poter ammirare la tela secentesca raffigurante Santa Elisabetta monaca in estasi. Entrata a far parte del patrimonio artistico della chiesa parrocchiale di Carimate nel 1815, essa proviene dalla chiesa dei padri cappuccini di Forlì. Da qui fu infatti prelevata nel 1811 in seguito alla soppressione degli ordini monastici operata dall’occupazione francese e venne trasportata nella Pinacoteca di Brera. È attribuita, nell’inventario napoleonico, al misconosciuto pittore forlivese Giuseppe Maria Galeppini (Forlì 1625-1650) di cui si sa poco. Una guida di Forlì di epoca ottocentesca tramanda la notizia del precoce talento del pittore, avviato assai presto alla carriera artistica ma morto troppo giovane per poter arrivare ad una fama più diffusa.

L’Antico Organo di Carimate

Nella cantoria della chiesa parrocchiale di San Giorgio, sopra il portone d’ingresso, è collocato un pregevole organo.
L’origine dello strumento è antica: le prime notizie, infatti, risalgono al 1761 quando le autorità ecclesiastiche commissionarono all’organaro Antonio Fontana di Milano un organo per la nuova chiesa appena inaugurata. Lo strumento era composto da due principali, dieci registri di ripieno, il flauto in ottava, un flautino in quinta, la cornetta a più file e la voce umana. Completavano il quadro fonico i bassi e i contrabbassi ed un registro caratteristio del tempo, i “rossignoli” (un’imitazione del canto dell’usignolo).
Le cronache del tempo ci dicono che l’organo era stato molto ammirato per la sua perfezione e per la dolcezza del suono: infatti molti musicisti vennero a Carimate da Como, Monza, Varese e Milano per provarlo.
Successivamente si ebbero altre visite illustri come quella del cardinale Erba, vicario del papa Clemente XIII, che lodò grandemente il parroco per il suo zelo e impegno .
A questo punto, fatta eccezione per i libri contabili che attestano i pagamenti per lo strumento, si perdono notizie dettagliate sull’organo.
L’unica cosa certa è che nel 1837 l’organo venne completamente rifatto dai fratelli Prestinari di Magenta, organari fra i più celebri del tempo.
Lo strumento, radicalmente trasformato ed ampliato, è giunto pressoché integro ai giorni nostri. Negli anni Ottanta, dopo un lungo periodo in cui l’organo rimase completamente inutilizzato, don Egidio Broggini, parroco di Carimate, decise di procedere al restauro filologico dello strumento affidando i lavori alla ditta Priola di Sovico.
Il complesso restauro ha comportato lo smontaggio completo dell’organo con una pulitura interna ed esterna. Sono stati sostituiti i registri che sono stati aggiunti all’inizio del secolo e al loro posto sono stati ricostituiti il registro del Flagioletto Bassi e la Cornetta Seconda, seguendo le caratteristiche degli stessi registri di Prestinari.
Inoltre è stata eseguita la revisione completa di tutte le parti dell’organo il che ha permesso di completare l’opera con l’intonazione e l’accordatura generale dello strumento. Da allora, 1983, è stato l’apprezzatissimo protagonista di molti concerti.

Fonte: “Carimate tra la storia e la cronaca”; Autori vari; ed. Comune di Carimate